Menu Orizzontale Debbie e le piccole cose: marzo 2012

mercoledì 28 marzo 2012

Il picnic dello zingaro.

Pinnichicchi. Picchinicchi. Pinncchic.
Da quando il Picci ha iniziato a dire questa parola, insieme a mais, ananas e pop corn, il picnic è diventata una delle mie parole preferite.
Mi ero ripromessa di fargli fare un picnic vero con il papà e qualche amichetto per approfittare della Primavera, ma finora non siamo riusciti ad organizzare niente.
Allora lo abbiamo fatto da soli.

Qualche giorno fa avevamo mangiato al parco, ma non era un vero picnic perché avevamo comprato tutto in una tavola calda e ce lo eravamo fatto impacchettare. Per fare un vero picnic, bisognava fare i fagotti e preparare qualcosa da casa. Impacchettare, spacchettare, raccogliere e poi lavare.

Con tutti i buoni propositi, mancava una cosa: qualcuno capace di cucinare.
Allora sono passata al piano B: picnic merenda al parco.


Questa è una ricetta per impediti in cucina come me: fragole nel cioccolato fuso e polvere di cocco.


E' sufficiente far sciogliere il cioccolato a bagnomaria e inzupparci velocemente la fragola, per poi rosolarla nella polvere di cocco.


Non potevano mancare gli ombrellini di carta, l'ultima passione del Picci.


Solo a guardare il piatto mi viene allegria: i colori sgargianti, il profumo delle fragole, il sapore del cioccolato e quel tocco in più del cocco!


Ho caricato il Picci sulla bicicletta, le fragole, i biscotti, la coperta, barattoli e piattini e sono partita cantando: "Sarà la Primavera!"


Pedalare con il mio co-pilota preferito è bellissimo. Io canto e lui ha il compito di suonare il campanello alle macchine che incrociamo: prende l'incarico con una serietà,  un'attenzione tale che pare davvero debba co-pilotare un Jumbo in volo intorno al mondo.
Di solito cantiamo "Little bird", una canzone che ho scoperto da un mesetto su fb e che non ci ha più lasciato. Il Picci chiede in continuazione di vedere il video su youtube ed è un peccato che lui non abbia mai voluto indossare le ali con le piume che gli avevo cucito tempo fa. Gli uccellini sono diventati per lui "Bu-ber", come "little bird".


Nel nostro "pinnichicci", oltre alle fragole, era previsto il bicchiere preferito del Picci (ovviamente giallo), succo di mirtillo e biscotti.


L'attrazione principale comunque rimanevano gli ombrellini.


E fin qui, tutto bene. Il Picnic perfetto. Pochi ma buoni. Poco ma buono.
E' stato mentre un sorriso compiaciuto mi beatificava il viso che è successo il fattaccio: il pregiudicato è rimasto affascinato da una goccia di mirtillo caduta sui suoi pantaloni e si è lanciato. Ha preso la bottiglia e si è rovesciato il mirtillo sulle gambe fino all'ultima goccia. Ad essere precisi: la polpa di mirtillo.

Ora, la polpa del mirtillo non è propriamente acqua. Ha una consistenza pastosa e crea macchie indelebili, oltre ad essere bagnato. La faccia di mio figlio dopo l'accaduto era questa:


Mentre io ero immobile, pensando a come risolvere la situazione, lui se la rideva alla grande.


Non so cosa avrebbe fatto una buona madre in un'occasione del genere, ma tanto lo so che le mie lacune di genitrice sono in queste cose. Ho fatto la faccia brutta, quella arrabbiata, gli ho detto cose del tipo: ma ti sei reso conto di quello che hai fatto? E una vocina interiore mi diceva: eccome...lo ha fatto di proposito!


 E ora che dobbiamo fare secondo te?


Non puoi più andare sullo scivolo, sei tutto bagnato e dobbiamo andare di corsa a casa se no ti viene la febbre.


Non sei bravo quando fai queste cose, proprio no. Mamma adesso è arrabbiata.



E dentro di me...cogliona, coglionata e felice...mi veniva da morire dal ridere!

Perché la faccia da ladro di mio figlio cercava di mantenere un'espressione mortificata e consapevole. Quasi dispiaciuta. Quasi come se fosse stato un incidente. Quasi come se non avessi visto il ghigno trattenuto sulla sua faccia.


Il problema è che io non so arrabbiarmi per queste cose. E' più forte di me. Ho cercato di dirgli le cose che ritenevo giuste, un pò ero delusa per la fine del nostro "pinnichicchi", ma pensavo cose sceme che mi riempiono la testa nei casi in cui un altro genitore darebbe una buona e giusta lezione. Pensavo alla scena surreale, a me vista dall'esterno: la copertina stesa sul prato (l'unico punto in cui c'era fango, ma quando me ne sono accorta avevo già allestito il picchinicchi), il piattino e il bicchierino bello, le fragole con il cocco, gli ombrellini di carta, il succo di mirtillo...tutto ben sistemato nel picnic perfetto. Perfetto. Convinta, eh! In realtà, il nostro sembrava il picnic degli zingari. Via i pantaloni: stesi al sole. Via le scarpe, una blu e una viola. Via il calzino bagnato: pure lui steso sul cespuglio, come ho visto fare in India. Intanto le signorette di zona passavano con rossetti rossi e bottoni d'oro alle orecchie,  bambine con i boccoli e  bambini con le scarpe di Alviero Martini. In questa zona è così per quasi tutti i bimbi, tranne il mio ovviamente. Mio figlio era in mutande, un calzino si e uno no, con la faccia spalmata di mirtillo. Le signorette che passavano lo trapassavano con lo sguardo, come se fosse invisibile, quasi a non volermi mettere in imbarazzo, e si vedeva che si chiedevano: ma è stupida? perchè non lo pulisce invece di fotografarlo?


"E' che a me mio figlio piace pure così. Senza le scarpe di Alviero Martini e con il muso zozzo. E poi abbiamo i panni stesi al sole, signora mia, per questo è in mutande. E un mucchio di fazzoletti rosso sangue da raccattare sul prato prima che il vento se li porti via. E la coperta macchiata che cola da tutte le parti. E questo musetto bello che si fa di quelle risate che io proprio me lo terrei così per tutta la vita. Certo che se incarti i tuoi bimbi come caramelle, se li richiami ad ogni passo, se non li fai buttare nel fango, gli togli la possibilità di questa faccia impastata di vita. Quella che ti imbarazza. Non sai che vi perdete. Quante risate da incorniciare. Da incollarsi al cuore. Quanto potere hanno i bambini  di colorarti la vita...se solo glielo permetti.

Pensavo queste cose mentre fuori, con mio figlio, ero così:
  "Picci, ora non vai da nessuna parte tutto nudo. Stai seduto e pensa a quello che hai fatto. Niente scivolo. Aspettiamo che si asciughino i pantaloni e andiamo a casa".
Credevo potesse essere una buona e giusta punizione: avere i giochi qualche metro più in là e non poterci andare. Forse avrebbe ringhiato. Oppure urlato con la faccia tutta rossa e le mani alte verso il cielo come un santo. Invece no.
 Fa la sua fughetta e, appena viene richiamato, torna agli ordini.


Si siede accanto a me e io proprio non capisco. E' stato Sbubbu, qualche ora più tardi, ad illuminarmi: gli ho detto che mi sono sfilata le calze bianche da suoretta, gliele ho messe e tirate su fino all'inguine perché, in realtà, di tornare a casa proprio non ci pensavo. Io sono una gatta che cade in piedi e il mio picchinicchi non sarebbe finito in rovina per una sciocchezza. Sbubbu è rimasto in silenzio, nel buio della camera da letto, all'una di notte, e io pensavo che si fosse addormentato mentre parlavo e già mi rodeva. Poi è scoppiato a ridere con le lacrime, al buio, con quella risata che ti spezza il respiro ma non riesci a frenare. Ha detto: "Non ha nemmeno tre anni e lo hai già fatto vergognare!"


 E io: perchè?


" Stava carino. Sembrava Cleidy, come si chiama... quel ballerino della televisione. Ma tu dici che si vergognava? Che per questo è rimasto seduto in braccio a me per un'ora a guardare il trattore che passava ogni venti minuti? Ah! Mò ho capito...ecco perché.."

Di questo picnic conserverò tante emozioni. Se non fosse accaduto quello che è accaduto, ieri  alle due di notte io e Sbubbu non saremmo stati a rotolarci nel letto con i crampi allo stomaco dalle risate. Se avessimo fatto un picnic perfetto, forse non avrei avuto niente da raccontare un giorno a mio figlio.
Perché a noi il picnic piace così: quello degli zingari, con i bimbi zozzi ma felici.



lunedì 26 marzo 2012

Perdono o non perdono?

Sono stati giorni di festa. Di persone care intorno a noi. Un via vai per casa, sali e scendi dalle scale, dentro e fuori al giardino. Nonno R. è venuto a farci visita da Rimini, portando con se la sua grande energia e voglia di fare.


Ci siamo riuniti in giardino con gli zii paterni, le cuginette a giocare con i gessi sul viale e il Picci a ricevere le coccole del più piccolo della famiglia.


Abbiamo parlato di educazione e matrimonio, mettendo a confronto le idee della vecchia generazione con la nuova, ascoltando la voce di un nonno  che ha sorpreso tutti nel momento in cui ha dichiarato di essere rimasto piacevolemente stupito dal modo in cui Sbubbu ha gestito un capriccio del Picci al supermercato. Detto da un settantenne, con una formazione militare e sei figli sulle spalle, è stato un complimento enorme per Sbubbu: abbiamo imparato che il metodo educativo della vecchia generazione a qualcosa è servito, se non altro ad aiutare noi genitori attuali a rivedere i loro errori. Quello che nonno R. avrebbe risolto con una sculacciata, papà Sbubbu lo ha gestito con le parole: un enorme passo avanti nell'educazione dei figli.
Ci siamo evoluti rispetto ai nostri genitori, faremo errori diversi dai loro e magari un giorno anche noi avremo l'intelligenza e l'umiltà di imparare dai nostri figli gli errori che abbiamo commesso.
Spesso parlo dei miei genitori, del loro modo di essere nonni, di amare mio figlio. Oggi vorrei ricordarmi che mio figlio ha altri nonni, non meno importanti, meno vicini fisicamente, ma comunque un tassello enorme nella sua vita. Io credo che compito dei genitori sia quello di incoraggiare il rapporto dei propri figli con i nonni, di insegnare loro a rispettare la saggezza dei nonni, a sviluppare tenerezza verso la vecchiaia, a guardare gli anziani come persone con un enorme potenziale.
Nonno R. ha più di 70 anni, ma ha un'energia che ci lascia puntualmente di stucco. Spesso dico a Sbubbu: guarda tuo padre, sembri più vecchio tu di lui! E' una persona che per anni è stata in un contesto gerarchico che anche io ho avuto modo di conoscere (lavoravamo nella stessa compagnia), che ha cresciuto sei figli facendo errorri come tutti i genitori, ma imparando. Oggi è un nonno che si emoziona, indulgente con i nipoti più di quanto non sia stato con i figli, una persona che non giudica mai nessuno, che si adatta a tutte le condizioni, che non incute nessun timore reverenziale sugli altri, ma ha il dono di mettere chiunque a proprio agio.
Se non fosse stato per lui,  sabato non avremmo passato una giornata bellissima con zii e cuginetti.
Non mi sarei soffermata a riflettere su un punto importante come il perdono.
Ultimamente una persona mi ha definito accomodante e mi identifico abbastanza in questo termine. Non arrendevole, ma disposta al compromesso quando mi pare la cosa più intelligente da fare.
Quello che non so fare è perdonare chi mi ha ferito nel profondo.
Quando il Picci è uscito dall'ospedale ho trascorso un periodo di grande sensibilità: bastava una parola a mandarmi in bestia. Quasi tutti lo hanno capito: quasi. A distanza di tempo, ho saputo che qualcuno abbia detto che "non ci stavo più con la testa" ed era vero: sfido chiunque a farlo in certe situazioni, se migliore di me. Non sono state queste le cose che mi hanno ferito: è stato da parte di un'altra persona che credevo potesse capirmi e non lo ha fatto. Sono passati due anni e quella crepa mi è rimasta: un'infezione strabordante di rabbia. Non ho perdonato e fatico a farlo. Mi sarebbe piaciuto conforntarmi con lei nella crescita di mio figlio e forse qualcosa mi sono persa per non aver saputo chiarire le cose, ma ci sono punti così delicati in questa cicatrice che forse una sola parola fuori posto oggi mi porterebbe a rivivere le stesse sensazioni di due anni fa. Forse ho solo paura di rimanerci di nuovo male.
Ho visto nonno R. sabato e mi si è aperta un pò quella corazza davanti a lui: un militare accomodante. Ho capito che è possibile restare fermi nelle proprie impressioni e, allo stesso tempo, accettare anche i compromessi che per punto preso respingo.
Voglio bene a questo nonno per come è con tutti noi e come è come mio figlio. Per il modello che ci offre e che, spero, un giorno anche il Picci ricorderà.

Attualmente il suo modello è uno solo e mi pare giusto così...


Lo scruta, lo prende in giro, lo ascolta, lo provoca, lo imita.


Lo ama.


E lo amo. ..

mercoledì 21 marzo 2012

Boccioli di Primavera.

Due ore di assoluta libertà.



Padre e figlio sono a scuola per festeggiare la festa del papà di ieri, mamme escluse. E mi sta benissimo così!
Due ore da sola di fronte al mare: è da qui che scrivo questo post.
A differenza del solito, non ho pressioni autoinflitte su quello che dovrei fare. Non ho fretta e non mi sento in colpa mentre scrivo. Perché è questo che mi capita quando faccio qualcosa di bello... ma solo mio.

Questo per me è uno dei lati negativi della maternità: quel senso di colpa latente che mi sbriciola quando penso solo a me stessa. A volte ho nostalgia di quando ero tutta per me, quando potevo fare le cose belle senza sentirmi colpevole. Di cosa, poi?
Di rubare tempo al mio bambino, alla casa, alla coppia.
Eppure sono consapevole di tante cose, so che dalla mia serenità dipende anche quella della mia famiglia, che la frustrazione non porta niente di buono, che già mi impegno abbastanza e di più non posso proprio fare. C’è questo concetto che ho afferrato da un po’, ma che non riesco ancora a fare mio: l'utilità della perdita di tempo.

Mi torna alla memoria un video registrato nel 2008 con Sbubbu, alla fine del nostro viaggio nell’India del Sud, dove guardavo nella telecamera, fascia tra i capelli  e bindi sulla fronte, e registravo un promemoria di quello che avevo imparato. Avevamo appena percorso il tragitto tra Mysore e Coimbatore sul bus della morte, attraversato tornanti ad 8 con i freni che stridevano ed io che piangevo accartocciata sulle gambe di Sbubbu come uno straccio. Quella sera registrai un altro video, dove dichiaravo ai miei genitori il mio amore.
Sono strane le cose che si fanno quando ci si sente in pericolo.
Una frase di R. Steiner dice:
“Siamo nati per evolverci, non possiamo aprire gli occhi solo quando ci troviamo di fronte alla paura e al dolore”.
Mi dispiace dire che per me è stato proprio così. Ho iniziato a “sentirmi sveglia, attiva, gioiosa” solo  dopo aver avuto paura per mio figlio.



Di fronte al mare, giuro fedeltà.
A questa promessa che mi sono fatta, all’impegno che ci metto e continuerò a metterci per essere presente nella mia vita. Per essere un modello per mio figlio, non perfetto, perché lui possa accettare di se stesso anche l’imperfezione, e perché nessuno può aspirare a tanto. Nessuno è in grado di esserlo. Io almeno non lo sono.

Di fronte a questo mare, che ha visto mio figlio crescere, che ha conosciuto fin quando fluttuava nel mio dentro, giuro fedeltà.


A questa promessa di essere sempre presente con tutta me stessa nel vivere la normalità come la gioia più grande che ci venga donata.


Ricordandomi quando è ora di fregarsene. E mi suona come una parola terribile, ma davvero ci sono cose per cui non esiste altro termine così pregnante.
Fregarsene senza essere egoisti. Non delle guerre, non della sofferenza altrui: fregarsene delle cose che ci annichiliscono senza motivo. Il senso di colpa latente è una di queste: voglio fregarmene della casa sporca, di quello che pensa di me la gente che non ha nessun peso nella mia vita, voglio fregarmene di quel senso del dovere che mi è stato insegnato.
Prima il dovere e poi il piacere, è giusto: ma il mio dovere è fare del mio meglio, non l’impossibile. Il mio dovere è crescere mio figlio.


 Il mio dovere è anche accettare la perdita di tempo...


Di fronte a questo mare che amo come ho amato il mio liquido amniotico, voglio impegnarmi per godere della mia vita e per renderla piacevole il più possibile alle persone che amo.


 Ricordandomi che dichiarare amore a qualcuno non significa ostentare i sentimenti, ma solo che domani potrebbe essere già troppo tardi per farlo. Ricordandomi che fare un complimento sentito non vuol dire allisciarsi qualcuno, ma godere di riflesso della gioia donata. Mi sento Madre teresa nel dire queste cose... e non lo sono! Sono umana e vivo di sbagli.  Ragione e istinto. Sono una poesia e una cagata di cane.  Un po’ mamma e un po’ megera. Un po’ buona e un po’ cattiva, come scrivevo nel temino  a sette anni.

Però voglio impegnarmi ad essere presente con anima e cuore in quello che faccio. Voglio che mio figlio impari a vedere il bello che lo circonda, ad assaporare gli attimi, ad abbracciare chi ama, a dichiarare amore, se è quello che prova.


Due ore da sola sulla spiaggia, con il sole che srotola la sua coperta sul mare ed io che guardo fuori, adolescenti bellissimi come boccioli di Primavera, e dentro mi pare di avere già vissuto cento vite in una sola... e non ho ancora quaranta anni! Tra un po’ leggerò queste righe e penserò che ero una ingenua smaliziata e mi vedrò bellissima come vedo ora le ragazzine sul muretto di fronte a me. Che dicono parolacce, che mettono in mostra la scollatura, che nascondono sotto gli occhiali da sole la loro innocenza per fingersi diverse da quello che sono: boccioli di Primavera.

lunedì 19 marzo 2012

Verniciamo i tronchi...

Quella di dipingere i tronchi non è una mia idea. Basta pensare qualsiasi cosa e cercare in rete per accorgersi che qualcun altro lo abbia già fatto. Ieri pomeriggio il tempo era incerto e il Picci dormiva. Due legnetti mi guardavano dalla cesta, pronti ad essere bruciati. Mi sembrava uno spreco enorme!
Ho cercato di visualizzare ad occhi stretti il loro potenziale, di entrare nell'ottica di vedere oltre. Ed ho visto un nuovo mondo...


Non ho gli strumenti per tagliare il legno e non avevo nemmeno tanta scelta: ho preso in mano i ciocchi di legno, me li sono rigirati tra le dita e...ho visualizzato.


Avevo già realizzato gnomi di feltro o le wooden dolls, ma questo si è materializzato da solo.
E poi avevo un ciocchetto più grande con il tetto praticamente pronto, solo da verniciare.


Il comignolo l'ho realizzato con un tappo di sughero tagliato e incollato con la colla a caldo.


Avevo anche della corteccia di betulla nella cesta per il camino e l'ho usata per rifinire alcuni particolari, finestra e tetto.

Ora potrebbe iniziare una produzione di gnomi da giardino, o quanto altro verrà fuori: lo dico sempre che la natura è animata!

Quando il Picci si è svegliato erano le sei e, da grande osservatore, è corso ad esplorare la novità. Si è messo subito all'opera:


Mi ha emozionato l'amore che ha messo nel verniciare questo pezzo di legno.


E' un bambino che in pineta bacia gli alberi e avrebbe voluto fare lo stesso, per fortuna si è ricordato che la vernice non si mette in bocca, allora lo ha accarezzato a lungo. Alternava il passaggio della mano dal tronco al telo di plastica sottostante: stava testando la differenza tattile.
 "Ruvido, liscio, ruvido, liscio: è questo che vuoi dire?"
 "Tì!"
Poi è passato al pennelo, strumento che inizia ad accettare solo ultimamente.

e poi ha pensato bene di dipingere pure se stesso;)
 Mentre lo faceva ascoltava Jovanotti e batteva il pennello a ritmo.
Alla fine mi ha detto: "Papà, auguiii!"
Mi sono chiesta che utilità potesse avere un tronco colorato e non ho trovato risposta: che regalo è? Ho pensato. Nel suo ciocco di legno, in effetti, era difficile visualizzare qualsiasi cosa: era un ciocco di legno giallo, un pò blu e un pò rosso...e basta. Ma era il regalo scelto dal Picci per il compleanno del suo papà, un regalo che porta in se l'amore per gli alberi che gli ha insegnato il papà, un regalo accarezzato pensando a lui, un regalo pieno di vibrazioni e dell'energia che suscita in questo bambino la musica di Jovanotti.
"Ok" ho risposto. "Dobbiamo incartarlo allora!"
 Questa mattina si è infilato sotto il lettone, mentre io ero in cucina, e Sbubbu non capiva cosa cercasse. Si è incollato il ciocco di legno e, gonfio d'orgoglio, gli ha urlato: "Auguiii!"


Sono sicura che Sbubbu non abbia mai ricevuto un regalo così inutile, ma così pieno d'amore...
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