Menu Orizzontale Debbie e le piccole cose: ottobre 2011

giovedì 27 ottobre 2011

Il viaggio emotivo.

 Non mi piace perdermi troppo nelle guide turistiche quando viaggio, preferisco le visioni emotive.Vi invito a leggere la mia presentazione qui: il viaggio emotivo.  per conoscere il nostro modo di viaggiare e il modo in cui ho iniziato a muovermi per il mondo.


Se anche voi siete viaggiatori emotivi, che abbiate o meno un blog, potete contattare le ideatrici del progetto per segnalare una delle vostre puntine da aggiungere alla mappa interattiva.

Buona lettura!

domenica 23 ottobre 2011

Uno a caso nel mondo.

A volte mi sento fragile. Quando le difese calano e le incertezze zampillano come fuoco nel vento. Quando un evento mi stravolge e faccio di tutto per respingerlo. Nei momenti in cui il mio scudo ovattato s'infiamma e mi ritrovo sola, dentro, a bruciare insieme a lui. Di un fuoco più grosso di quello che sarebbe se non avessi alcuna barriera. In quei momenti sento il peso della vita. Della nostra vulnerabilità di essere umani, di genitori. Guardo mio figlio e lo vedo come una creatura indifesa. Al vento. Perché senza quella corazza che mi difende dal mondo, so che anche lui è in balia di se stesso. E' allora che ho paura. Di sbagliare tutto,  annegare nelle mie convinzioni. Perdermi.

Penso a cosa sia giusto per lui, ma non so più niente. Mi chiedo quale sia il confine tra alcune convinzioni e il fanatismo. Se davvero alcune cose siano importanti come credo, oppure se mi stia sfuggendo quello che davvero conta.

Il Picci è arrabbiato. Protesta per tutto. A scuola alza le mani sugli altri bambini. Però è un tesoro, mi dice la maestra. E' solo che quando perde lo scettro, va su tutte le furie. Non vuole condividere i giochi che ama. Non sopporta il fatto di essere interrotto. Da schiaffi e morsi, poi però fa caro caro. Come faccio a spiegargli che le sue carezze non cancellano il male che ha fatto a un altro bambino? Che la maestra non è di sua proprietà? Che là fuori, è uno a caso nel mondo?



Quando arriva la sera sono stremata. Stanca delle sue continue sfide, del rifiuto di mangiare, del buttare tutto per terra. Mi pare ovvio che mio figlio non si senta abbastanza contenuto. Sente di aver potere e questo lo spaventa. Non è in grado di gestire le sue emozioni, la sua rabbia. Protesta per tutto e si aspetta, dall'altro lato, un genitore autorevole in grado di ridimensionare sensazioni forti che non sa ancora gestire. Seppur convinta di saper tenere testa alle sue sfide, di riuiscire a mantenere il polso davanti alla sua ostinazione, le sue reazioni dicono il contrario.

A 23 mesi, è un bambino autonomo e capace. Simpatico, socievole, caparbio. Sa di avere potere sul mondo e lotta per la gerarchia come un piccolo despota. Appurato che in casa ha lui lo scettro, che noi tutti perdiamo la testa dietro ogni suo sorriso, sta iniziando la lotta per il potere all'esterno. Sono contenta che il mondo là fuori, la scuola, gli stia dicendo che non c'è solo lui. E non perché mi faccia piacere vedere mio figlio vacillare, ma perchè è ora che inizi a capire che tutti siamo importanti a questo mondo. Mia madre direbbe che mi aspetto troppo da un bambino della sua età, che è piccolo per capire queste cose. Eppure io conosco mio figlio. Abbastanza da sapere che certe dinamiche non gli sfuggono per niente.

Vorrei solo iniziare a prepararlo alla vita. Dirgli che ci sono dei confini da rispettare, che la sua libertà confina con quella degli altri. Ho sempre lottato perché fosse libero, ma nel gioco. Nell'esplorazione, la scoperta, il movimento. Fino ad oggi non ho avuto motivo di togliergli il pongo dalle mani, perché in casa eravamo io e lui e io potevo benissimo vivere senza giocare con le cose che aveva in mano. Gli altri bimbi no. Hanno diritto al rispetto, proprio come lui. Io stessa a volte lo sento come un cobra pronto a sbranarmi il collo: è lì che inizia la lotta. La sua opposizione: vorrebbe il potere assoluto, ma non saprebbe gestirlo. E non mi riferisco ai suoi spazi di libertà, perché quelli sono io a concederglieli: ha diritto a sporcarsi e a sporcare, esplorare ogni cosa che non sia pericolosa, scegliere come e con che giocare.


Ma sento il mio cucciolo che lotta per crescere e poi vacillare perché ha paura. In bilico tra il lasciargli spazio e contenerlo, ho paura di sbagliare. Perché in fondo certi confini sono davvero labili...

giovedì 20 ottobre 2011

Paperelle nelle pozzanghere.

Pioggia. Roma e dintorni allagate. Romani increduli. 

Il parco sotto casa riappare nel tardo pomeriggio dopo una mattinata in apnea. Le altalene sono vuote e pure lo scivolo. Solo due barboni occupano le panchine. C'è fango e melma dappertutto. Le giostrine rumorose sono ferme. Il cielo grigio non promette niente di buono. L'aveva detta Sbubbu ieri sera: "Metti dentro i panni che piove"
"Figurati! Il vento di oggi avrà di sicuro portato via le nuvole"
Ma qualcosa deve essere andato storto nelle mie previsioni...

Alle cinque di pomeriggio comunque erano rimaste solo delle pozzanghere. Un incontro di wrestling sulla porta per infilare il giubbino al Picci e via al parco...


A seminare paperelle di pannolenci nelle  pozzanghere di fango.


Una alla volta, lentamente.


Per prendere poi confidenza con le pozzanghere, fare passi e passetti incerti, fino a...

"Dai mammì, saltaci dentro!"


E vederlo correre e ridere come un pazzo, saltare e a stento mantenere l'equilibrio per il fango, prendere la rincorsa per fare più spruzzi possibili e intanto cantare:

"Piove! Piove! Cicchecciak!"


Mentre il fango gli si allarga addosso come gramigna. Manco dovesse  essere un'altra poi a lavargli i panni, ma sono un'adulta che non ha dimenticato...

Quanto era bello camminare con gli stivaletti per la pioggia e fingere di inciampare sulle pozzanghere per schizzare mio fratello. Quanto era magico avere i piedi nell'acqua  e restare asciutti.  Quanto mi sentivo libera e selvaggia mentre saltavo e l'acqua tornava ad essere pioggia. Quando mia madre diceva "ferma" e io saltavo in fretta in fretta prima che finisse la frase.

E poi, tempo fa, la scena di un film sulla Montessori. Quella in cui porta i bambini "deficienti" fuori dall'aula, a correre nella pioggia. Fiumi di lacrime negli occhi, il cuore gonfio d'amore. Di riconoscenza verso i bambini, gli unici in grado di emozionare tanto.

Picci e il suo amore

lunedì 17 ottobre 2011

La Roma della speranza.

Ho scattato qualche foto alle devastazioni dei presunti "black bloc", ma non le pubblicherò. Perché della  manifestazione di sabato, io voglio ricordare a tutti questo:


Giovani che, nonostante il nichilismo di certi italiani, hanno speranze per il futuro.


Che rifiutano la violenza di chi non crede in niente e non ha niente da offrire a questo paese, oltre che alla propria vita.


Famiglie con bambini, disabili, nonni in cammino che non si lasciano sopraffare dai "però" italiani. 


E togliere la scena a chi di futuro non ne ha...

                         "Perché con noi non l'avrete vinta mai!" (Lorenzo Cherubini).

sabato 15 ottobre 2011

Padre Natura e il gruppo d'acquisto.

Siamo in pigiama, con i doppi calzini e una scia odorosa di biscotti che esce dal forno. Verranno fuori duri come sassi, ma questa volta senza nemmeno bruciarli. Il Picci spalma la faccia sul tappeto, strofina la guancia e alza il biscotto. Lo tira per terra e si spacca. "Mammà" dice e si ributta sul tappeto. So cosa vuole dirmi. Che i miei biscotti non sono morbidi come il tappeto.  Povero Picci, almeno ci ha provato a mangiarli...

Padre Natura entra in quel momento: è andato a ritirare la verdura dal gruppo d'acquisto  a cui abbiamo appena aderito. (Il gruppo d'acquisto è composto da persone che si riuniscono per comprare prodotti alimentari (o altro) direttamente dal produttore, saltando la filiera della grande distribuzione, risparmiando sul prezzo, aumentando la qualità e con benefici per l'ambiente perché si acquista a km zero).  Dalle borse gli escono foglie di bieda e fiori di zucca, dalla bocca invece un'alitata di cioccolato alle nocciole.


 Il Picci infila le mani ovunque, gioca con le patate e di nascosto addenta cicoria cruda. Sistemiamo i mazzi di verdura in un pentolone, laviamo fiori di zucca e annusiamo il formaggio del contadino. Da oggi in poi, ogni venerdì sarà così. 


Mi fa ridere questa cosa che il contadino ci mandi delle e-mail per tenerci aggiornati sull'andamento di semina e raccolto, però è coinvolgente. Ci sentiamo partecipi e consapevoli delle nostre verdurine biologiche. Quasi affezionati.

Picci e papà sono impegnati a finire la libreria per la cameretta: uno costruisce e l'altro distrugge.
Sbubbu avvita, prende misure e si perde il cacciavite. Il Picci salta sulla tavola di legno e inizia a recitare il mantra: ciuff-ciuff-ciuff-ciuff. Mentre gioca al treno, ciondola testa e spalle per simulare il dondolio delle carrozze. 
Poi decide di collaborare: vuole fare tutto lui, solo lui, senza che Sbubbu lo disturbi. Dovrebbe essere il contrario...


 La mamma raccatta pupazzi e calzini, magliette abbandonate al suolo, biscotti rotti e ogni tanto sclera bofonchia sommessamente perchè le costruzioni le si infilano nella pianta del piede.

Sono spariti gli aghi per infeltrire. Stavano sul tavolo, o forse in corridoio, o nella busta. Ce li hai lasciati tu Sbubbu, ma che dici, io? No, guarda che gli aghi sono i tuoi e sei tu che li sistemi. Ma veramente li hai appena comprati tu, Sbu, dove li hai lasciati? Il Picci gioca con una scatolina trasparente. Si, mamma, bella la tua scatolina. Sbubbu, ma hai controllato se ci sono i chiodi? Ma quali chiodi, chi li ha comprati i chiodi? Insomma, questi aghi sono spariti. Amore, si, mamma ha visto la tua scatolina, quanto è bellina! Ti perdi sempre tutto, io te li ho comprati gli aghi ma poi devi pensarci tu. Si, Sbubbu, certo...ma prima devi darmeli. Picci, aspetta un attimo mammì, stiamo cercando una cosa. Bella la tua scatolina, essì! Insomma, ripensa a quando sei entrato, a cosa avevi in mano, a dove li hai appoggiati. Non si scherza su queste cose con un bambino in casa, eh!
Il Picci continua ad allungarmi le manine. No, mamma, in braccio adesso no, aspetta un attimo, stiamo cercando gli aghi. Si, bella la scatolina!

Ma che scatolina è? Dove l'hai presa? Non è quella di stamattina!

"Oddio Sbu...li ho trovati! Corri! Ce li ha in mano il Picci!"

Meno male che la scatola è sigillata.

Colpa tua, eh! No, tua. Se, mo vai a vedere che io dovevo metterli a posto prima di vederli. E che ci devo pensare io alle tue cose? Almeno dirmelo. Te l'ho detto ma non hai sentito. Strano, perché io sento sempre tutto. Ma se sei sorda? Che hai detto? Lo vedi? Che? Che sei sorda. Se abbassi lo stereo.

Abbassa.

Picci alza la spalla a ritmo e indica lo stereo. Vuol dire che papà deve rialzare il volume perchè lui vuole ballare. E in braccio. Di mamma.
Tutta sudata, vado avanti per un pò: spingo il tempo al massimo, al massimo, al massimo. Tapatapata, tapatapata, tapatapatampa, tapatapata...Il Picci ha i capelli al vento, a testa in giù sembra una scopa della Befana, non ha più gli occhi perchè quando ride gli spariscono tra palpebre e guance.

Stramazzo sul divano.
Il Picci mi infila una mano sotto la chiappa: Mamma, up, up, up.
Amore, non ce la faccio più. Tu vuoi spingere il tempo al massimo ma io sono vecchietta.
Dai, ti fa ballare papà. Eccolo, è arrivato lui...
Sbubbu lo prende e io mi allontano. Cambia cd: gli mette il Flauto Magico di Mozart e  scimmiotta una specie di valzer . Il Picci ride anche così. Ah, e io che mi sbatto con il tempo al massimo...

Il timer suona, il Picci salta: Nonnò.
"Amore non è nonno, è il forno".


Mangiamo stretti stretti in cucina, con la zucca svuotata dal Picci in bella mostra.


E' stata una bella esperienza sensoriale per lui: infilare  le dita tra i filamenti profumati di zucca in cerca dei semi e travasarli in un piattino.


Uno dei nostri travasi di stagione...

Autunnali, finalmente. 


giovedì 13 ottobre 2011

La tenda.

Passa le giornate così.


Nascondendosi dietro le porte, sotto le sedie, in tutti gli angoli di casa nell'attesa di essere scoperto. Mi fa morire dal ridere perché è convinto che se lui non vede me, allora io non vedo lui. Anche nella foto sopra si nota che ha gli occhi rivolti verso il basso per non essere scoperto.
Aspetta per interi minuti nella stessa posizione, non un fiato, una mossa che lo tradisca. Io fingo di affannarmi, lo cerco sotto il letto, sul balcone, persino sul pianerottolo. Quando arrivo alla messa in scena della telefonata al papà per dirgli che è scomparso, inizio ad inscenare il melodramma. E' a quel punto che mi frega. Mi aspetto che stia lì lì per commuoversi ed uscire, invece sento che sghignazza sotto voce. Alla fine, dopo aver setacciato casa e telefonato a tutti per chiedere di lui, lo scopro: faccio un salto, come per spaventarmi, e lui ride come un pazzo e torna a nascondersi nello stesso punto. La storia si ripete per un'infinità di volte, senza mai cambiare un solo rigo del copione.


Costruiamo accampamenti per tutta casa:  giochi e vestiti in aria, avanzi di briciole sul tappeto, pozze d'acqua nel bagno. "Facciamo la tenda?" gli chiedo. E inizia il delirio: il Picci corre e salta e lancia gridolini eccitati. Mi ronza intorno come una mosca. Rimane attaccato alla mia ombra fino a che la tenda non è finita. Ci trasferisce i pupazzi e qualche volta, se è l'ora del pisolino, anche il cuscino con la coperta. Rimane fermo là sotto, a volte senza fare niente. Quando si sente parsimonioso, ci invita ad entrare.


Hai voglia tu a dirgli che papà Sbubbu tutto non ci entra nella sua tenda! Ma a lui basta che dentro ci sia la testa, che gli occhi siano coperti. Io mi faccio piccola e ci sto quasi tutta. Dentro, mi guarda in faccia, nella penombra, fa cenno di stare zitti e sorride. Anche se siamo soli in casa. Mi guarda a lungo, con quegli occhietti a mandorla, ed è fiero di ospitarmi nella sua dimora.

"Quanto sei bello amore mio! Quanto sei buffo!"

Tra un mese sarà il suo compleanno e gli sto facendo una casetta in pannolenci con porta e finestra. Con tanti dettagli curati. Un pò esagerata forse. E allora mi viene il dubbio che non gli piacerà. Perché a lui basta la coperta di nonna, quella che può trapassare con le dita e spaventare chi è fuori. La tenda semplice semplice, da accampamento. Dove ci si nasconde anche se non c'è nessuno a cercarci. Perché è un bambino e i bambini, si sa, hanno quel dono.

Però non nascondo di non vedere l'ora che la mia casetta sia finita e fargliela trovare in camera la mattina del suo compleanno...

mercoledì 12 ottobre 2011

Gabbiani.

Sul traghetto per Den Helder, vediamo l'isola di Texel allontanarsi. Lasciamo lì alcuni ricordi che forse un giorno torneremo a riprendere. ..

Il Picci con i primi stivali per la pioggia che salta e cade in una pozzanghera.
La piazzetta in cui abbiamo tanto giocato e l'innamoramento lampo tra il Poeta e una bionda inglesina.


 
Gli spuntini a base di pesce locale in un ristorante alla buona. La prima paella del Picci.


 Il volo che ho fatto dalla bicicletta, sulle dune, mentre papà Sbubbu pedalava davanti e il vento soffiava così forte da coprire le mie grida. Però, dopo un pò, non si spiegava perché non  fossi più dietro a loro.

Non ti chiamo mica perché sei bello, vienimi a raccogliere!
 Una caduta da signora, tutta di lato, su una chiappa, con la testa in mezzo ai rovi e la Reflex alta in  mano come una Madonna in processione.

Sul traghetto, mentre il Picci dorme, tiriamo briciole ai gabbiani. Le loro strida, che ho dentro da Roscoff, ci accompagnano mentre il nostro bambino dorme al sole e noi vorremmo essere al suo posto: cullati dal mare, con la ninna nanna dei signori del cielo.


  Vorrei svegliarlo, dirgli: amore mio, lo vedi come sono leggeri?


Come sono dignitosi?


Quanto sono liberi?


Ma sarebbe un sacrilegio interrompere il suo torpore.  I sogni di un bambino in mezzo al mare.


E' un momento nostro, di mamma e papà. Come su quel traghetto per Procida, tanti anni fa...


Quando non capivo perché il becco dei gabbiani fosse rosso. E papà Sbubbu non capiva cosa ci fosse di così struggente nel loro volo da farmi piangere. Da incatenarmi al vento.

Non l'ho mai capito. E' un amore che mi porto dentro. Che mi fa sentire la scarica elettrica dell'anima. Che mi costringe alla resa: è così e basta.


sabato 8 ottobre 2011

Montessori: "aiutami a fare da solo", a 23 mesi.

Accanto al liceo che frequentavo, c'era una scuola montessoriana. Una targa sulla porta diceva: "Aiutami a fare da solo".  Sono passati tanti anni da allora, ma quelle parole mi sono rimaste in testa.  Non sono preparata per fare un lungo discorso sulla pedagogia montessoriana e per questo vi rimando al blog: La pappa dolce.   Fino a ieri mi sono limitata a considerare mio figlio una spugna sensoriale: il Picci ha impastato, colorato, toccato e annusato ogni cosa. Ora però ha sempre più bisogno di spazi di autonomia, di "fare da solo".

ricetta: acqua, farina, colorante alimentare, cannella e chiodi  di garofano da infilare.

Ispirandomi alla pedagogia montessoriana, ho creato per lui degli spazi dove fosse libero di giocare senza pericoli e in piena autonomia. Ogni cosa, nella sua stanza, è alla sua portata e ordinata molto più che nei miei cassetti. Quando aveva nove mesi, mi chiedevo perché mio figlio non fosse capace di giocare con i giocattoli: primo, era troppo piccolo per concentrarsi su un oggetto a lungo; secondo, ne aveva troppi in mezzo ai piedi. Solo iniziando a suddividerli e creando un ambiente di gioco ordinato, ha imparato a concentrarsi su una cosa per volta. Come tutti i bambini, è molto fiero quando riesce a fare le cose da solo: salire le scale, chiudere e aprire le porte, mangiare con cucchiaio e forchetta.  La frase "aiutami a fare da solo", dietro all'orgoglio di un bambino che ha appena fatto da solo, è stata la spinta che mi ha portato ad allargare i suoi spazi d'autonomia oltre la camera in cui gioca.

Ho iniziato dalla cucina. Dopo aver faticosamente svuotato due ripiani, ho allestito un self service  per permettergli di bere e mangiare in autonomia.



Il bricco (un'oliera) ha il tappo che si apre e chiude. Nel momento in cui il Picci avrà preso padronanza del gesto di versare l'acqua, senza allagare la cucina, il tappo andrà via. Il bicchierino è uno dei contenitori in vetro dello yogurt, proprio perché ne può rompere quanti vuole e ce ne sarà sempre uno nuovo a costo zero. Anche la scelta del vetro è voluta, in riferimento all'autoeducazione del bambino: lo porta ad un esercizio di autocontrollo e di autocorrezione.




Nello scaffale ho aggiunto un contenitore con frutta o crackers, per gli spuntini pomeridiani, ed ho già goduto della sua soddisfazione nell'essere libero di prendersi quello che vuole. Ogni volta che apre lo sportello, mi lancia uno sguardo di striscio e a fatica contiene l'orgoglio una volta chiuso. Corre per tutta casa applaudensodi e urlando: bravo!


Ho cucito un portaposate da appendere all'anta interna del mobiletto per dargli la possibilità di apparecchiare da solo ( un giorno...), oltre ad una ciotolina in cui mettere sempre un bavaglino pulito. Per ora funziona così: Picci, prendi il cucchiaio con la zebra e il bavaglino, che mamma ti fa l'applauso? Mio figlio è un mitomane, basta questa parolina magica, "applauso", per vederlo scattare con la risata pronta in tasca.


 Non poteva mancare una targhetta da appendere sullo sportello perché è una novità e, ogni volta che la vede, si ricorda di avere sete...

 Questo è solo l'inizio, speriamo di domare il piccolo Mowgli.

Avete altri consigli?

mercoledì 5 ottobre 2011

Pedalando fino a Ecomare, isola di Texel.

 L'isola di Texel è il luogo ideale per gli amanti del feltro. Ovunque si vedono pecore gonfie di lana con il muso infilato nel verde dei prati. Brucano e dormono. Dormono e brucano. Non a caso, l'agnello è uno dei piatti dominanti dell'isola.
Nei centri come Den Burg, Oudeschild o De koog, i negozi pullulano di pelle di pecora: stivali imbottiti, vestaglie di pecora, guanti, coperte e tappeti.
Basta immaginare l'inverno freddo di queste parti per desiderare di infilarsi in una pelliccia del genere e fare cuccù settete solo in Primavera.


Passeggiando per le vie di Den Burg,  sono approdata in uno dei negozi più forniti che io abbia mai visto: feltro di ogni tipo, lana, libri, folletti e bambole, palline di legno, kit per il fai da te, etc.


Giocattoli Waldorf  da perderci i sensi.


Come nella maggior parte delle isole e dei piccoli centri, l'artigianato locale è dominato dai materiali poveri legati alla natura.

Doni del mare, che basta guardarli per sentire la salsedine tra le labbra.


Oggetti che sanno di semplicità. Di casa. Di tutte le cose belle del mondo.



 Morbidi souvenirs per i più piccoli, da infilare nel lettino per ricordare gli attimi con mamma e papà.

E non c'è notte in cui io non scopra il Picci abbracciato alla sua pecora, su un fianco, nella stessa posizione in cui lo tenevo da neonato.

Abbiamo preso la pecora a De Koog, un piccolo centro facilmente raggiungibile in bicicletta da ogni parte dell'isola. Seduto nel suo carrettino, il Picci guardava la natura selvaggia che scorreva intorno a lui, mentre mamma e papà pedalavano.


E pedalavano.


Attraversando il parco nazionale delle Duinen Van Textel, tra paludi salmastre e brughiera, tappeti d'erba  vellutata e dune.

 
Fino a Ecomare.


Nato come rifugio per le foche malate, il centro di Ecomare studia e tutela la natura di Texel. C'è un'area interna che ospita mostre sul rapporto tra gli isolani e il mare, oltre alla natura del luogo, a partire dall'ultima era glaciale. Nelle vasche ci sono pesci del Waddenzee e Mare del Nord, da quelli piccolissimi agli squali.
I bambini piccoli possono avvicinarsi agli acquari e cercare di interagire con i pesci al di là del vetro, come un anno fa a Concarneu. Oppure imparare giocando mentre mamma e papà si rifocillano nel ristorante del museo.


 Cosa c'è dietro le finestrelle?


Non manca una piccola libreria a disposizione dei bambini con libretti a tema.


All'esterno, è possibile seguire percorsi ornitologici tra le dune, ma la vera e grande attrattiva di Ecomare sono loro...


Impossibile non sentir scendere dentro la tenerezza. Non restare incantati, fermi sotto il sole, o sotto la pioggia, mentre i placidi mammiferi danzano dentro e fuori l'acqua come giovani sincronettes. Il mondo resta al di fuori, nel traffico, nelle liti sul lavoro, nelle bollette da pagare. Fermarsi davanti a una di queste creature è ipnotico. Catartico. Senza tempo. L'acqua in cui nuotano sembra scivolare lungo il corpo di chi le osserva, si galleggia in uno sguardo, in un attimo d'estasi. E' qui che ho scoperto un amore immenso per questi esemplari. Per il loro modo di guardare diritto in camera, avvicinarsi mentre l'obiettivo si muove e li punta in mezzo agli occhi, dentro al cuore. Dieci minuti da sola con una foca e un dono grande mi è rimasto nell'anima. E deve esserci per forza qualcosa di immenso che governa l'universo, anche se non so come chiamarlo. Deve esserci un disegno della Madre terra che ci tiene legati gli uni agli altri, uomini e animali e piante, seppure cresciuti in contesti diversi. Seppure con abilità diverse. In questo tutto in cui mi sono trovata, dentro alle mie origini di essere vivente, io ho provato l'indescrivibile.


Lei mi guardava diritto negli occhi. Mi seguiva nei movimenti. Si avvicinava mentre allontanavo la macchina fotografica e la guardavo. Ma è possibile che io senta che stiamo comunicando? Che tu mi stia amando con lo sguardo? Che io mi stia attaccando a te? Siamo di carne e cuore, non solo ragione. Siamo fatti di mistero, noi uomini, non ci spieghiamo tutto.
L'unica cosa che ho da dire, di quegli attimi  intimi tra me e lei, è che ho provato amore.


  Io ero sua e lei mia. E noi due, una donna e una foca, ci stavamo scambiando battiti di cuore.

Di nuovo in sella, abbiamo superato Ecomare diretti al Nord.


In mezzo alle dune e la costa, fiancheggiando campeggi di naturalisti con i capelli arruffati dal vento.


I vecchietti sfrecciavano sulla pista ciclabile, così come i bambini di cinque anni. Mamma pure pedalava, con la bava alla bocca, ma pedalava. Con la schiena sudata, ma pedalava. Con, non uno, non due, non tre, ma una dozzina di cuori nel petto che pompavano forte, ma pedalava.


Senza lamentarsi, perché la natura le dava la carica, però ammazza che fatica. E pedalava.  Senza dire niente a Sbubbu, "che poi quello chi se lo sente e ricomincia con lo sport, con la vita sana, con l'allenamento". E mamma canticchiava: "Spingo il tempo al massimo, al massimo, al massimo..." e pedalava. Guardava il paesaggio, annusava i campi e pedalava. Sentiva forte il vento, nei polmoni, nel sangue, nell'anima...e pedalava.


Dopo cinque ore di bicicletta, Sbubbu si gira:
"Ah! Ecco perché fai fatica, hai le ruote sgonfie!"

Pausa rigenerante in mezzo alla brughiera. Il Picci libero di pascolare come un capretto.


Di prendere il suo trolley e imbarcarsi in mezzo ad un lenzuolo tinto di lillà.


 E mentre esplorava, io pensavo: oh, Dio, se lo vedesse mia madre che cammina da solo nella brughiera!
Ma lei era a casa.
 Per fortuna.
Purtroppo...

Questo post lo dedico a lei, per aver avuto paura così tante volte nella mia vita, ma con la saggezza di non dirmelo nella maggior parte dei casi. Ti amo mamma.
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