giovedì 31 marzo 2011
La festa del papà e di papà.
"How much do you love me?"
Basta pronunciare queste parole e le braccia del Picci si agganciano intorno al collo come una morsa. La guancia si appiccica contro quella di mamma o papà e gli occhietti a mandorla sprofondano nella ciccia del viso. Non poteva che essere questo il primo augurio per il compleanno di papà Sbubburubeo...
Il 19 Marzo abbiamo festeggiato il compleanno di papà e del papà.
Quale migliore occasione per celebrare l'amore tra padre e figlio?
Papà Sbubbu ha trovato il cartello sulla porta della cameretta e, oltre la porta, una cascata di cuori di carta con bigliettini d'amore. Da parte del suo figlietto, ovviamente.
Amici cari e parenti ci hanno inviato delle foto con un messaggio d'auguri. Le abbiamo stampate ed appese in camera, all'insaputa di papà Sbubbu: quando ha aperto la porta aveva le lacrime agli occhi! Grazie a tutti!
Abbiamo fatto colazione in cameretta, sul tappeto verde prato, con i cuori che pendevano sulle teste ed un papà davvero felice.
Di essere celebrato.
Di essere imitato...
Di avere quella manina aggrappata al dito che dice: è il mio papà e guai a chi me lo tocca.
Capito?
lunedì 28 marzo 2011
"Mettete dei fiori nei vostri cannoni": Calcata e la valle del Treja.
QUESTIONARIO:
Cosa hanno in comune un papà ed un rospo?
1)La stessa pancia?
NI.
2)Lo stesso colore degli occhi?
SI.
3)Il colore dei vestiti?
SI.
4)Entrambi sono sugli argini di un ruscello?
SI.
5)Entrambi hanno quattro dita ai piedi?
EHM...(da verificare).
6)Lo stesso sottomento?
NO.
7)Entrambi sono animali notturni?
SI.
8)Pelosi?
NO.
9)Baciandoli si trasformano in principi?
NONNONNO.
Rappresenta a modo tuo le similitudini tra i due esemplari:
10)Entrambi hanno un Picci-cozza sulle spalle?
SI.
Siamo nella Valle del Treja, a 45km da Roma: mamma, papà Sbubbu ed un Picci dal sorriso sornione.
Seduti ai piedi delle cascatelle di Monte Gelato, con i pori sensoriali dilatati, che ascoltiamo.
Una nenia petulante ed iraconda: l'acqua che canta, che urla, che piange, che muore.
Che si scompone in spruzzi spauriti in balia della corrente.
E, spumeggiante come una sposa di tulle, riprende vita. Torna ad essere placida, a sussurrare nella valle, a sedurre sottovoce come una geisha. A far palpitare Madre Natura.
E proprio lì, tra i chiaroscuri di Madre Natura, accompagnato dal mormorio del ruscello, dal canto degli uccelli, avvolto da scialli di farfalle in mimetica, con la sua mamma ed il suo papà, il Picci-cozza fa la pappa sul trono.
Accanto al giardino delle farfalle. E alla forestale che studia i rospi.
Due passi per digerire, una corsetta verso le cascate ("se ti vedesse Nonna!"), una pausa meditabonda del Poeta, un altro giretto dai rospi e poi l'estasi: "Ca! Ca! Acca!"
Mi strappa un sorrisone: ha capito che è acqua quella cosa che scorre e che fa quel rumore ("buuuu") e che spruzza e che torna a scorrere ai suoi piedi. Sono incantata davanti a questo miracolo, innamorata del modo con cui il mio bambino assaporare la vita. Del batticuore che ha in questo momento, come se avesse appena scavato l'Everest.
Siamo pronti per infilarci nella Valle del Treja. Per inseguire il percorso del fiume. Per scalare il nostro Everest: per fortuna però questo è pianeggiante.
Seguiamo il sentiero numero 19, direzione Calcata.
Mamma, Picci e papà rospo.
Su un letto di roccia tufacea, il fiume Treja scorre in silenzio, sottovoce, come se ormai ci conoscesse.
Centinaia di creature invisibili sono al nostro fianco, infilate nei tronchi degli alberi, sui rami, nell'acqua, in mezzo alla radura, ma ne vediamo solo una piccola parte: uccelli, nidi, rospi, api, farfalle.
Gli altri tesori sono nascosti: volpi, donnole, tassi, picchi, gufi, barbagianni e civette. Oltre alla ben nota "fata blu dei boschi"...ma questa è una storia che sappiamo solo io e papà Sbubburubeo. E forse pure il Poeta...
Difficile descrivere la vegetazione per me, che da bambina spacciavo l'erba di prato per lattuga e piangevo perché nessuno la comprava, ma se mi guardo intorno so che c'è qualcosa che riconosco. Che riconosciamo. Un albero come questo, con un braccio esile e forti radici, che fa l'occhiolino ai sogni del mio bambino .
E riconosco anche questo, il visto d'ingresso della Primavera.
Trenta minuti scarsi di cammino e finalmente tra i rami, fuori dall'ombra dei boschi, accanto al sole, compare il borgo di Calcata incastonato nel tufo.
La memoria corre indietro nel tempo...
A quella domenica di qualche anno fa, in cui visitavo per la prima volta Calcata. Mi avevano parlato di un borgo pieno di figli dei fiori ed artisti provenienti da tutto il mondo in cerca di serenità. I funghetti allucinogeni avevano preso a spuntarmi sulla materia grigia come gramigna. A riempirmi il padiglione auricolare di: "Mettete dei fiori nei vostri cannoni!". A proiettare la caricatura di personaggi eclettici sulla corteccia cerebrale.
Piedi scalzi sui ciottoli di pietra. Gonne lunghe dagli orli sporchi. Barbe come matasse di pecora. Rughe scavate dal sole. Denti gialli di fumo. Cannabis in vasi di terracotta. Nasi bucati. Bambini in mutande in mezzo ai cani. Collane di fiori al collo. Capelli lunghi di donna. Capelli bianchi lunghi di donna. Capelli lunghi inghirlandati di donna.
Non c'era niente di tutto questo. Calcata era vuota, buia, fredda e silenziosa.
Ero scappata in fretta ed abbandonato il prematuro progetto di trasferirmi a vivere lì: niente più ghirlande di fiori, niente più piedi scalzi sui ciottoli roventi e niente più capelli lunghi bianchi inghirlandati di donna.
Era caduto il silenzio nella scotola oscura. Il cervello si era ridimensionat in fretta fino a tornare ad essere il solito nervetto infiammato, mentre la macchina del tempo mi risputava nel duemilaqualcosa. Era stata solo una pura, semplice, indotta allucinazione. Lo diceva la maestra Enrica che avevo troppa fantasia...
Ma era solo l'inizio.
Ci ho messo un pò per scoprire i meravigliosi tesori nascosti in questo borgo.
Ad infilare la testa in quelle che, in passato, mi erano sembrate solo grotte buie con le porte chiuse.
A capire chi fossero questi famosi artisti di Calcata.
La verità è che ero stata cieca. Non mi ero soffermata abbastanza ad osservare intorno a me da notare che, anche se assenti, i figli del 68 erano lì...nell'aria.
A sparare fiori con i loro cannoni...
Cosa hanno in comune un papà ed un rospo?
1)La stessa pancia?
NI.
2)Lo stesso colore degli occhi?
SI.
3)Il colore dei vestiti?
SI.
4)Entrambi sono sugli argini di un ruscello?
SI.
5)Entrambi hanno quattro dita ai piedi?
EHM...(da verificare).
6)Lo stesso sottomento?
NO.
7)Entrambi sono animali notturni?
SI.
8)Pelosi?
NO.
9)Baciandoli si trasformano in principi?
NONNONNO.
Rappresenta a modo tuo le similitudini tra i due esemplari:
10)Entrambi hanno un Picci-cozza sulle spalle?
SI.
Siamo nella Valle del Treja, a 45km da Roma: mamma, papà Sbubbu ed un Picci dal sorriso sornione.
Seduti ai piedi delle cascatelle di Monte Gelato, con i pori sensoriali dilatati, che ascoltiamo.
Una nenia petulante ed iraconda: l'acqua che canta, che urla, che piange, che muore.
Che si scompone in spruzzi spauriti in balia della corrente.
E, spumeggiante come una sposa di tulle, riprende vita. Torna ad essere placida, a sussurrare nella valle, a sedurre sottovoce come una geisha. A far palpitare Madre Natura.
| Si vede la farfala mimetizzata sul fiore? |
E proprio lì, tra i chiaroscuri di Madre Natura, accompagnato dal mormorio del ruscello, dal canto degli uccelli, avvolto da scialli di farfalle in mimetica, con la sua mamma ed il suo papà, il Picci-cozza fa la pappa sul trono.
Accanto al giardino delle farfalle. E alla forestale che studia i rospi.
Due passi per digerire, una corsetta verso le cascate ("se ti vedesse Nonna!"), una pausa meditabonda del Poeta, un altro giretto dai rospi e poi l'estasi: "Ca! Ca! Acca!"
Mi strappa un sorrisone: ha capito che è acqua quella cosa che scorre e che fa quel rumore ("buuuu") e che spruzza e che torna a scorrere ai suoi piedi. Sono incantata davanti a questo miracolo, innamorata del modo con cui il mio bambino assaporare la vita. Del batticuore che ha in questo momento, come se avesse appena scavato l'Everest.
Siamo pronti per infilarci nella Valle del Treja. Per inseguire il percorso del fiume. Per scalare il nostro Everest: per fortuna però questo è pianeggiante.
Seguiamo il sentiero numero 19, direzione Calcata.
Mamma, Picci e papà rospo.
Su un letto di roccia tufacea, il fiume Treja scorre in silenzio, sottovoce, come se ormai ci conoscesse.
Centinaia di creature invisibili sono al nostro fianco, infilate nei tronchi degli alberi, sui rami, nell'acqua, in mezzo alla radura, ma ne vediamo solo una piccola parte: uccelli, nidi, rospi, api, farfalle.
Gli altri tesori sono nascosti: volpi, donnole, tassi, picchi, gufi, barbagianni e civette. Oltre alla ben nota "fata blu dei boschi"...ma questa è una storia che sappiamo solo io e papà Sbubburubeo. E forse pure il Poeta...
Difficile descrivere la vegetazione per me, che da bambina spacciavo l'erba di prato per lattuga e piangevo perché nessuno la comprava, ma se mi guardo intorno so che c'è qualcosa che riconosco. Che riconosciamo. Un albero come questo, con un braccio esile e forti radici, che fa l'occhiolino ai sogni del mio bambino .
E riconosco anche questo, il visto d'ingresso della Primavera.
Trenta minuti scarsi di cammino e finalmente tra i rami, fuori dall'ombra dei boschi, accanto al sole, compare il borgo di Calcata incastonato nel tufo.
La memoria corre indietro nel tempo...
A quella domenica di qualche anno fa, in cui visitavo per la prima volta Calcata. Mi avevano parlato di un borgo pieno di figli dei fiori ed artisti provenienti da tutto il mondo in cerca di serenità. I funghetti allucinogeni avevano preso a spuntarmi sulla materia grigia come gramigna. A riempirmi il padiglione auricolare di: "Mettete dei fiori nei vostri cannoni!". A proiettare la caricatura di personaggi eclettici sulla corteccia cerebrale.
Piedi scalzi sui ciottoli di pietra. Gonne lunghe dagli orli sporchi. Barbe come matasse di pecora. Rughe scavate dal sole. Denti gialli di fumo. Cannabis in vasi di terracotta. Nasi bucati. Bambini in mutande in mezzo ai cani. Collane di fiori al collo. Capelli lunghi di donna. Capelli bianchi lunghi di donna. Capelli lunghi inghirlandati di donna.
Non c'era niente di tutto questo. Calcata era vuota, buia, fredda e silenziosa.
Ero scappata in fretta ed abbandonato il prematuro progetto di trasferirmi a vivere lì: niente più ghirlande di fiori, niente più piedi scalzi sui ciottoli roventi e niente più capelli lunghi bianchi inghirlandati di donna.
Era caduto il silenzio nella scotola oscura. Il cervello si era ridimensionat in fretta fino a tornare ad essere il solito nervetto infiammato, mentre la macchina del tempo mi risputava nel duemilaqualcosa. Era stata solo una pura, semplice, indotta allucinazione. Lo diceva la maestra Enrica che avevo troppa fantasia...
Ma era solo l'inizio.
Ci ho messo un pò per scoprire i meravigliosi tesori nascosti in questo borgo.
| Stavano girando un film e papà S. aspettava che finisse il ciak per uscire dal vicolo. |
A capire chi fossero questi famosi artisti di Calcata.
| La maniglia della porta di un laboratorio |
La verità è che ero stata cieca. Non mi ero soffermata abbastanza ad osservare intorno a me da notare che, anche se assenti, i figli del 68 erano lì...nell'aria.
A sparare fiori con i loro cannoni...
giovedì 17 marzo 2011
Roscoff e l'Ile de Batz: Settembre 2010
Mi ha svegliato il cinguettio di un uccello. Se la fischiettava su un albero, di fronte alla nostra finestra, saltellando di ramo in ramo: erano solo le cinque di mattina. Qualcosa sbatteva sul davanzale, non so se per il vento o per l'uccello, comunque era un rumore delicato. Ho pensato ai gabbiani di Roscoff, alla Bretagna. A quel viaggio di cui non ho raccontato la parte più emozionante, perché anche noi blogger siamo gelose di alcune parti della nostra vita.
Roscoff, la città delle cipolle rosa, dei traghetti per l'Inghilterra e dei corsari.
La città in cui le strida dei gabbiani ti entrano dentro per non lasciarti mai più, come il canto delle sirene.
Ogni volta che vedrò una piuma di gabbiano, da Roscoff in poi, nei miei occhi compariranno bianchi proiettili sparati sulla superficie del mare, gocce di sangue nel vento ed un lamento struggente, appassionato.
Un canto malinconico.
Un amore morto.
Una ferita che si apre e chiude con le maree.
Una natura meravigliosa e brutale.
Per me, che sono la regina del melodramma, questo è il luogo adatto dove aprire l'anima e lasciare che la corrente porti a galla cadaveri da dare in pasto ai gabbiani.
Cercherò di raccontare a modo mio, inventando parole e dando nuovi significati a quelle già esistenti.
Lasciando alle immagini il potere di evocare qualsiasi cosa si voglia...
Siamo a Roscoff, nel dipartimento del Finistère.
Il vento ci tira la pelle del viso. Gabbiani grassi, con gli occhi ed i becchi rossi, planano e camminano tra la gente. Paperi goffi a terra, quanto maestosi in volo. Sfamati dalla bassa marea.
Respiriamo profumo di crepes salate. Di pesce oceanico. Di crema chantilly.
Proprio a Roscoff, nella città dei gabbiani, il Picci mangerà il suo primo pescetto.
Tavoli con vista-porto sono affollati di turisti al sole: bevono birra e mangiano. Nella taverna dei marinai invece si beve e basta, perdendosi in nuovi abissi: gli occhi blu di cameriere pallide. Sopra al bar c'è un albergo con le finestre rivolte all'Ile de Batz: un luogo dove i naviganti si fermano a dormire senza il perpetuo oscillare delle maree.
Camminiamo tra la meravigliosa architettura circostante, dominata dallo stile gotico, respiriamo brezza oceanica, pittura e poesia: è un luogo dove la salsedine brucia le ferite dell'anima, dove un poeta maledetto compose versi beffardi.
Gabbiani di legno e bandiere della Bretagna riempiono i negozi di souvenirs. Marionette di corsari, immagini di donne bretoni incuffiettate, trattamenti di alghe per la talassoterapia. E'qui che compriamo la collana d'ambra che il Picci non si toglierà più.
Nella via principale di Roscoff, l'atelier di Louis Pors ci accoglie con i suoi fari incantati e con dipinti delle grasse donne di Bretagna: alcune in volo come Mary Poppins, altre chine su gonne svolazzanti alla Marylin Monroe. Ci regala una breve dedica per ogni stampa che acquistiamo e molto più...
Con Monsieur Pors instauro una bellissima conversazione sui pittori contemporanei, sulla confusione comune tra arte ed artigianato. Cito una freddura di Woody Allen che cozza con la delicatezza di quest'uomo.
"L'artista" secondo Monsieur Pors "si distingue dall'artigiano per creare qualcosa di nuovo": questa frase rimarrà come un'epigrafe incisa nella mia sfera creativa. Un insegnamento da tramandare a giovani poeti sulle tracce di Corbière, in cerca di mare e mare e mare.
E proprio dirimpetto al mare, alla lavanderia del porto, i marinai disfano borsoni di vestiti che hanno solcato le onde. Impregnati di salsedine e vento, come le loro barche. Giunchi di mare rinsecchiti dalla solitudine. Dalla passione per l'Oceano.
Superato il porto, un ponte di circa 200metri conduce ai traghetti diretti all'Ile de Batz durante la bassa marea. Lo percorriamo insieme ad un ranocchio con un calzino si ed uno no. Una decina di calzini spaiati rimarrano sperduti per il dipartimento del Finistère.
Come descrivere quel breve tragitto sulla Manica, stretta stretta al mio bambino?
Sono nel flashback di un film. Io vecchia e storta, lui giovane e forte. Guardo la foto di un traghetto e sento le strida dei gabbiani. Annuso il mare come un cane, annuso il ricordo di lui Piccino. Chiudo gli occhi per imprigionare quel respiro caldo sul cuore e non sentirmi mai sola.
L'Ile de Batz è una perla incontaminata. Distese di campi coltivati, un faro con vista su tutta l'isola, casette avvolte da un'atmosfera surreale, pescatori e isolani. Fazzoletti di verde incorniciati dall'azzurro del mare e del cielo: sarà forse per questo che sono i colori che amiamo?
La percorriamo in bicicletta, perdendoci nei campi che costeggiano le coste, con la sensazione di essere sempre più dentro a quel mare che tanto amiamo.
E come in tutte le isole che si rispettino, qui ogni cosa appartiene al mare più che a Dio. Come l'acqua santiera per esempio.
Come il nostro amore salato...
Salutiamo l'isola per raggiungere Oceanopolis, a Brest, e sappiamo che nessuna altra meta sarà più nostra come Roscoff.
Roscoff, la città delle cipolle rosa, dei traghetti per l'Inghilterra e dei corsari.
La città in cui le strida dei gabbiani ti entrano dentro per non lasciarti mai più, come il canto delle sirene.
Ogni volta che vedrò una piuma di gabbiano, da Roscoff in poi, nei miei occhi compariranno bianchi proiettili sparati sulla superficie del mare, gocce di sangue nel vento ed un lamento struggente, appassionato.
Un canto malinconico.
Un amore morto.
Una ferita che si apre e chiude con le maree.
Una natura meravigliosa e brutale.
Per me, che sono la regina del melodramma, questo è il luogo adatto dove aprire l'anima e lasciare che la corrente porti a galla cadaveri da dare in pasto ai gabbiani.
Cercherò di raccontare a modo mio, inventando parole e dando nuovi significati a quelle già esistenti.
Lasciando alle immagini il potere di evocare qualsiasi cosa si voglia...
Siamo a Roscoff, nel dipartimento del Finistère.
Il vento ci tira la pelle del viso. Gabbiani grassi, con gli occhi ed i becchi rossi, planano e camminano tra la gente. Paperi goffi a terra, quanto maestosi in volo. Sfamati dalla bassa marea.
Respiriamo profumo di crepes salate. Di pesce oceanico. Di crema chantilly.
Proprio a Roscoff, nella città dei gabbiani, il Picci mangerà il suo primo pescetto.
Tavoli con vista-porto sono affollati di turisti al sole: bevono birra e mangiano. Nella taverna dei marinai invece si beve e basta, perdendosi in nuovi abissi: gli occhi blu di cameriere pallide. Sopra al bar c'è un albergo con le finestre rivolte all'Ile de Batz: un luogo dove i naviganti si fermano a dormire senza il perpetuo oscillare delle maree.
| Bassa marea al porto |
Camminiamo tra la meravigliosa architettura circostante, dominata dallo stile gotico, respiriamo brezza oceanica, pittura e poesia: è un luogo dove la salsedine brucia le ferite dell'anima, dove un poeta maledetto compose versi beffardi.
"(...) le bare dei poeti/ non son altro che semplici giochi per i becchini/ custodie di violino che suonano vuote.../ Ti crederanno morto-idioti borghesi-/ Va, sfreccia leggero pettinator di comete!"Edouard J. Corbière
Gabbiani di legno e bandiere della Bretagna riempiono i negozi di souvenirs. Marionette di corsari, immagini di donne bretoni incuffiettate, trattamenti di alghe per la talassoterapia. E'qui che compriamo la collana d'ambra che il Picci non si toglierà più.
Nella via principale di Roscoff, l'atelier di Louis Pors ci accoglie con i suoi fari incantati e con dipinti delle grasse donne di Bretagna: alcune in volo come Mary Poppins, altre chine su gonne svolazzanti alla Marylin Monroe. Ci regala una breve dedica per ogni stampa che acquistiamo e molto più...
Con Monsieur Pors instauro una bellissima conversazione sui pittori contemporanei, sulla confusione comune tra arte ed artigianato. Cito una freddura di Woody Allen che cozza con la delicatezza di quest'uomo.
"Vomitate da un ponte e la chiameranno arte"Ormai mi è uscita. Lui ride. Gli piaccio, lo sento.
"L'artista" secondo Monsieur Pors "si distingue dall'artigiano per creare qualcosa di nuovo": questa frase rimarrà come un'epigrafe incisa nella mia sfera creativa. Un insegnamento da tramandare a giovani poeti sulle tracce di Corbière, in cerca di mare e mare e mare.
E proprio dirimpetto al mare, alla lavanderia del porto, i marinai disfano borsoni di vestiti che hanno solcato le onde. Impregnati di salsedine e vento, come le loro barche. Giunchi di mare rinsecchiti dalla solitudine. Dalla passione per l'Oceano.
Superato il porto, un ponte di circa 200metri conduce ai traghetti diretti all'Ile de Batz durante la bassa marea. Lo percorriamo insieme ad un ranocchio con un calzino si ed uno no. Una decina di calzini spaiati rimarrano sperduti per il dipartimento del Finistère.
Come descrivere quel breve tragitto sulla Manica, stretta stretta al mio bambino?
Sono nel flashback di un film. Io vecchia e storta, lui giovane e forte. Guardo la foto di un traghetto e sento le strida dei gabbiani. Annuso il mare come un cane, annuso il ricordo di lui Piccino. Chiudo gli occhi per imprigionare quel respiro caldo sul cuore e non sentirmi mai sola.
L'Ile de Batz è una perla incontaminata. Distese di campi coltivati, un faro con vista su tutta l'isola, casette avvolte da un'atmosfera surreale, pescatori e isolani. Fazzoletti di verde incorniciati dall'azzurro del mare e del cielo: sarà forse per questo che sono i colori che amiamo?
La percorriamo in bicicletta, perdendoci nei campi che costeggiano le coste, con la sensazione di essere sempre più dentro a quel mare che tanto amiamo.
E come in tutte le isole che si rispettino, qui ogni cosa appartiene al mare più che a Dio. Come l'acqua santiera per esempio.
Come il nostro amore salato...
Salutiamo l'isola per raggiungere Oceanopolis, a Brest, e sappiamo che nessuna altra meta sarà più nostra come Roscoff.
| Oceanopolis, Brest |
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